lunedì 27 gennaio 2014

L’anno della Teresina

   Questa mattina la radio, parlando del maltempo che imperversa sull’Italia, ha dichiarato che per trovare traccia di un evento analogo bisogna risalire a duecento anni fa. Questo mi ha fatto ricordare un evento catastrofico di cui mi raccontava mio padre e che io ho sempre ritenuto fosse avvenuto in un’epoca più recente. Mio padre mi parlava di un’annata catastrofica che lui chiamava “L’anno della Teresina”. Quell’anno piovve tantissimo anche per tutta l’estate, al punto che l’uva non maturò e finì per marcire attorno alle viti. Parlandone con mia figlia Emilia, mi sono convinto che forse si trattava dello stesso evento visto che io ho già cent’anni e che magari il racconto veniva addirittura da mio nonno Carlo.

     Non ho neppure idea della provenienza del nome. Magari è la storpiatura del nome di una regione.

    Per ora siamo soltanto all’inizio dell’annata agricola ed i danni sono pesanti ma limitati ad alcune aree ed ad alcune produzioni. Possiamo ancora sperare che la stagione si rimetta ed il tempo clemente ci dia delle ottime produzioni agricole a beneficio dei produttori e per l’economia del nostro paese.

    Questo ricordo mi fa anche riflettere sull’importanza  dei rapporti fra generazioni che permettono la trasmissione di ricordi, esperienza e saggezza.

    Leone Sacchi                                17/05/2013

giovedì 9 gennaio 2014

I RICORDI DI MIO PADRE

I ricordi di cent’anni di storia

    Non capita sicuramente a molti di poter raccogliere i ricordi di cent’anni di vita, da quando, ancora bambino andava alle scuole elementari di Migliarina fino ai giorni nostri. E soprattutto non capita spesso di avere ancora una memoria vivida del passato remoto e di quello recente.
   Siccome sfortunatamente, per colpa della fretta, non ho sempre messo le date sugli scritti, mi sono rivolto, pochi minuti fa,  a mio padre per ricostruire la data della sua visita alle scuole di Budrione per la festa di fine anno. Ha saputo dirmi che si trattava del 2003 e darmi anche i particolari delle altre persone che erano presenti alla manifestazione.
    Ho ritenuto di fare cosa gradita a tutti, pubblicando e dando diffusione in internet ai suoi scritti. Credo che chiunque ne abbia voglia possa trovare degli spunti interessanti per capire lo spirito di un’epoca, appena trascorsa, e per trovare lo stimolo per proseguire nell’opera di moralizzazione della vita pubblica e privata  italiana.
   In particolare credo che le testimonianze possano essere interessanti per i figli, nipoti e pronipoti dei protagonisti di quelle tragiche vicende che ancora abitano o frequentano quei luoghi. In particolare richiamo l’attenzione di “Memoria Storica” sull’intervista a Leone, nella quale fa nomi e cognomi dei fascisti e degli antifascisti della zona, descrivendo anche le bravate e le efferatezze di alcuni fascisti locali. “Non per odio d’altrui, né per disprezzo”, ma solo per ricordare le atrocità alle quali anche a Carpi si arrivò.
   Grazie all’ANPI di Budrione e Cibeno e con essi a tutti coloro che con le loro lettere hanno incoraggiato Leone a continuare a scrivere, durante questi lunghi anni.


 Corrado Sacchi                                  Bologna 20-02-2013 

Comitato di accoglienza con la mamma di sandro Cabassi e Leone

Foto del Comitato per l’accoglienza dei bambini  napoletani ospitati dalle famiglie di Carpi.            
La dott.a  Podestà è visibile al centro della foto nella seconda fila. Io sono in prima fila al centro.          

I RICORDI DEL TEMPO CHE FU


   Se tornassero al mondo i nostri progenitori di qualche generazione fa, quando non c’erano ancora neppure le biciclette, chissà cosa penserebbero di questo mondo così pieno di tecnologia!
   Andando indietro con la memoria penso soltanto allo sconvolgimento prodotto dalla cinematografia, quando comparvero i primi film muti con le scritte che illustravano il tema del dramma rappresentato.
   Negli anni intorno al 1925, a Migliarina, dove io abitavo, c’era un padiglione, posto su un piccolo appezzamento di terreno, che serviva da sala da ballo e per qualche spettacolo di burattini. Mio padre allora mi accompagnava a vedere qualche spettacolo. Era un modo per passare il tempo piacevolmente, ma anche per imparare qualche storia mitologica, magari raccontata da Sandrone, Sgorghiguelo ed altri burattini.
   Ma un giorno arrivò il cinematografo anche a Migliarina. Era un film muto, ma prima di dare inizio alla proiezione l’operatore mandò in onda un pezzo sui carabinieri a cavallo che si esercitavano su un verde campo.
Successe il finimondo. Il proprietario del terreno limitrofo, pensò che quei carabinieri gli calpestassero il suo campo. Cominciò ad urlare e volle che si sospendesse la proiezione. Solo quando si rese conto che il tutto avveniva solo sullo schermo si acquietò e la proiezione poté riprendere. Ma non fu l’unico episodio di questo genere.   Mia moglie mi raccontava che sua sorella Zita, uscì di corsa dalla sala cinematografica perché nel film cominciò a piovere. Erano contadini ed avevano il fieno secco e pronto da raccogliere. Ma pioveva solo nel film. Fuori c’era ancora un sole splendente. Celebri sono rimaste le scene del pubblico che urlava e si spostava temendo di essere investito dal treno in arrivo.
    Finito il periodo del cinema muto, un giorno portai anche mio padre al cinema a vedere il film “Le due città”, interpretato, mi sembra di ricordare, da Robert Coleman. Lo colpì il fatto che gli attori muoino e poi resuscitano e non gli piacque. Disse che erano meglio i burattini perché quando sono morti non resuscitano più. Va detto che a quei tempi e fino a qualche decennio fa le proiezioni avvenivano a ciclo continuo e gli spettatori potevano entrare in sala in qualsiasi momento. Noi eravamo entrati a metà del film ed avevamo visto la fine con la morte del protagonista, che poi puntualmente ricomparve, vivo e vegeto, all’inizio della proiezione successiva.
   Sono storie vere del tempo che fu, anche se sembrano incredibili e possono far sorridere.


  Leone Sacchi                              Bologna 06/02/2013

SOLITUDINE

Bologna 6 gennaio 2013

E’ morta mia moglie Maria, la compagna di tutta la mia vita.
 
Mi è sempre stata vicina  e di conforto in tutti i momenti della vita.

Abbiamo cercato insieme nell’ambito del possibile di operare per il bene della famiglia e della società.

Un caro saluto a tutti

Leone Sacchi 




La salma sarà esposta domani martedì 8 gennaio dalle ore 9 alle 11 presso la camera mortuaria di Via Albertoni


LA SOLITUDINE

  Eravamo agli inizi della primavera del 1930. Era di pomeriggio ed io stavo suonando con la mia orchestrina nella sala da ballo di Migliarina, quando ti ho vista sbucare nel vortice di un valzer. Non ti avevo mai vista prima ed ho continuato a suonare senza perderti di vista.
  Nell’intervallo sono sceso dal palco e ti ho avvicinata. Io avevo 17 anni e fino ad allora avevo solo pensato alla musica e non avevo mai nutrito sentimenti amorosi, ma lì, in quella occasione trovai il coraggio di salutarti e di chiederti da dove venivi e dove abitavi. Mi dicesti che abitavi a Migliarina, in via Bentivogli in un podere in affitto.
   Avevi 15 anni e venivi da una famiglia patriarcale di Ganaceto di Modena. Eri splendida con i riccioli d’oro appiccicati alla fronte nell’ardore della danza ed io ho pensato subito che potevi essere la compagna della mia vita. In settimana ti ho scritto una lettera con parole amorose ed ho chiesto di poterti incontrare. Anche la risposta non tardò ad arrivare accompagnata da un invito a casa sua.  
  Quando mi sono presentato a casa sua, di pomeriggio, lei uscì fuori dimessa e scalza e per me era ancora più attraente di quando l’avevo vista nel ballo.
   In casa, dopo preamboli e preliminari molto impacciati mi dicesti che mi accettavi come fidanzato, ma mi precisasti anche subito che non avresti rinunciato a ballare.
   Io dovevo suonare e dunque non potevo ballare e poi lei ballava solo con chi sapeva ballare.  Dunque accettai di buon grado e, ben contento che il mio primo fidanzamento fosse andato a buon fine, me ne tornai a casa con una grande gioia nel cuore. Il nostro fidanzamento durò 5 anni.
   Per te Maria furono anni di dura miseria e di fame. Il podere faceva parte delle terre bonificate e non produceva abbastanza per permettere alla famiglia di campare. A 14 anni, quando la miseria era più dura fosti tu ad andare dal padrone del podere a chiedergli di ridurvi l’affitto, perché tuo padre era disperato. E lui, l’avv. Tonelli, noto esponente socialista degli anni 20, esaudì la tua richiesta e vi dimezzò l’affitto.
  Allora d’estate tu partivi ed andavi in risaia a fare la mondina. Il primo anno non avevi l’età minima consentita per quel lavoro, ma ti presero perché sapevi lavorare. Solo alla fine non ti diedero lo stipendio per intero ed allora furono le tue compagne a protestare per farti avere uno stipendio come tutte le altre. Finita la campagna del riso, prima di tornare a casa, passavi allo spaccio a pagare il debito pregresso della famiglia.
   Continuasti a fare questo straordinario estivo faticosissimo per cinque anni. Di giorno nell’acqua con la schiena spezzata e di notte sdraiata in terra sulla paglia negli stalloni che di solito ospitavano il bestiame, a pane e riso per cinquanta giorni.
  D’inverno, quando non c’era lavoro nei campi hai fatto svariati lavori per contribuire al bilancio famigliare.   andavi a Carpi a prendere le paglie per fare la treccia o per cucire i cappelli di paglia. Ed è successo anche che qualche signora benpensante ti ha anche rifiutato il lavoro perché tuo padre era in carcere per le sue idee antifasciste.

   Solo dopo il matrimonio, ogni tanto ti confidavi  con me e mi raccontavi con un certo orgoglio le traversie della tua famiglia ed i sacrifici che avete affrontato insieme.
  Finalmente il giorno 13 ottobre del 1935, ormai incinta del nostro primo figlio, abbiamo fatto il prematrimonio e ti ho portata a casa dai miei genitori. In casa mia si stava bene. Noi eravamo casari nel caseificio sociale di Migliarina. Non era una famiglia agiata, ma almeno non si soffriva la fame.
    Il 18 Novembre ci siamo sposati in chiesa ed in Municipio e il 16 gennaio è nato Corrado.
  A distanza di sei anni, il 17 gennaio del 1942, a Cibeno nel caseificio Crotti, è nata la nostra secondogenita, Emilia.
   Con poche parole mi soffermerò un momento con te a ricordare la tragedia della guerra, i pericoli che abbiamo affrontato insieme e poi la mia latitanza. Insieme abbiamo affrontato la lotta antifascista, io come presidente del Comitato di Liberazione della zona Nord di Carpi, tu come responsabile del Gruppo Difesa della Donna di Cibeno. Ho ancora qui con me la foto che ti ritrae insieme alle altre compagne il giorno della Liberazione di  Carpi, il 23 Aprile 1945.
   Orgogliosi di aver dato il nostro modesto contributo per la libertà.
    Poi nel 1962 nostro figlio trovò lavoro a Bologna e così nel 1965 ci trasferimmo tutti in quella città con la nuova famiglia di Corrado, in un appartamento vicino a quello della nostra figlia Emilia, che già viveva con la sua nuova famiglia Morandi. E così il vecchio nucleo familiare si poteva dire quasi ricostruito, pur nelle nuove circostanze.
  Andammo in ferie per parecchi anni nell’appartamento dei Morandi a Pinarella, ma nell’agosto del 1968 scoprimmo una incantevole località dell’Appennino Bolognese e vi prendemmo in affitto un piccolo locale per il mese di Agosto. Fu amore a prima vista e dopo una breve consultazione con Corrado decidemmo di comprare un piccolo appezzamento di terreno per costruirci una casetta.
    Da quel momento quasi tutte le ferie le abbiamo trascorse a Badi, anche lavorando, ma sempre insieme alla famiglia di Corrado che intanto stava ingrandendosi con nuovi nipoti.
    A Badi abbiamo trascorso gli anni più belli della nostra vita, circondati da nipoti e pronipoti, ed assistiti nei momenti di difficoltà.
   Il 27 settembre del 2011 Maria è stata colpita da una ischemia che l’ha tenuta all’ospedale per parecchio tempo.
Ma ci avevi abituato ai miracoli: ti sei ripresa quasi completamente ed abbiamo avuto la fortuna di trascorrere un’altra estate in montagna. Fra alti e bassi, anche con un ricovero d’urgenza a Porretta ti abbiamo sempre avuta al nostro fianco insieme a Corrado ed alla Lella. E proprio a Badi, in questo posto così suggestivo, avevamo deciso di far spargere le nostre ceneri lungo il viale delle ortensie.
  Colpita nuovamente da insufficienza respiratoria e col cuore indebolito ha dovuto essere ricoverata nuovamente. Dimessa il giorno 28 dicembre, abbiamo ripreso a parlare del nostro futuro e mi ha detto: “sai Leone avrei piacere di lasciare anche un ricordo al cimitero”. Ed allora abbiamo pensato che chi fosse sopravvissuto avrebbe conservato le ceneri dell’altro presso di sé e che alla sua morte le ceneri di entrambi sarebbero state collocate in un loculo in un cimitero a Bologna.
   Cara Maria, compagna della mia vita, finché avrò vita conserverò le tue ceneri presso di me. Se avrò ancora la possibilità di trascorrere qualche estate a Badi, ti porterò con me sempre al mio fianco nei luoghi più suggestivi sotto gli abeti, di fronte al viale delle ortensie.
  Cara Maria, questo è il ricordo di tuo marito, che ha avuto la fortuna di incontrarti e di trascorrere una lunga vita con te.


  Sacchi Leone      Bologna 9/01/2013

PER NON DIMENTICARE: LA MORTE DEL GIOVANE PARTIGIANO CAMPEDELLI


   Premetto che gli eventi che mi accingo a ricordare non li ho vissuti personalmente e quindi possono non essere esatti in tutti i particolari e quindi sarebbe necessario, ammesso che sia ancora possibile, trovare dei testimoni diretti per ricostruire esattamente gli eventi.
   Mio fratello Alfredo, abitava nel caseificio Tresinaro e conduceva in proprio l’azienda per conto di tutti i fratelli Sacchi.  L’azienda produceva i tipici prodotti lattiero caseari ed allevava suini. Il latte veniva comperato dai produttori a prezzo di mercato. Il caseificio, in posizione molto appartata per quei tempi, si trovava sul confine fra Carpi e Correggio. Era collocato di fianco al fiume Tresinaro in frazione di Quartirolo, sebbene per raggiungerlo si dovesse percorrere un pezzo di strada in frazione di Mandrio. Vi si accedeva da un ponte noto come Ponte di Ferro. 
   La casa, il caseificio, le porcilaie divennero ben presto un centro di organizzazione del movimento partigiano, di cui Alfredo fu il promotore e l’organizzatore.
   In casa sua si era costituito il primo nucleo della resistenza della quale facevano parte i Fancinelli, “Riccio” ed altri di cui ora non ricordo i nomi. Ospite di quella casa fu anche Sandro Cabassi, che vi rimase per tre mesi, prima di andare a Modena, per costituire il Fronte della Gioventù.
   Divenne anche inevitabilmente un punto di richiamo e di aggregazione di giovani renitenti alla leva non sempre o non ancora inquadrati in formazioni partigiane regolari. Si trattava per lo più di figli di contadini che abitavano nelle case vicine e che continuavano la loro vita quasi normale, lavorando di giorno nei campi, magari col fucile a portata di mano, e facendo qualche azione di sabotaggio di notte.
   Nella mattina del 18 Novembre 1944 fu segnalato l’arrivo di un autocarro militare tedesco, che poteva essere diretto a Carpi,  ma forse aveva di mira proprio la base partigiana.
    Alcuni giovani si acquattarono dentro ad una scolina al di là dell’argine sul quale correva la strada, in territorio reggiano, e cominciarono a sparare verso l’autocarro, che  si trovava all’altezza del ponte di ferro. Da lì alcuni cecchini cominciarono a sparare con un fucile di precisione, che noi chiamavamo “tac-pum”, dotato di una gittata lunghissima e colpirono a morte il giovane Campedelli, impedendo agli altri di defilarsi e di sottrarsi al fuoco.
   Intervenne a questo punto un altro giovane del luogo, Guerrino Rossi, detto Guerra, che piazzatosi a ridosso dell’argine con una mitraglia, costrinse i tedeschi alla ritirata, salvando i suoi compagni e consentendo il recupero del cadavere di Campedelli.
    A quel punto cominciò la rappresaglia che però stranamente non si rivolse verso le case più vicine al luogo dal quale era provenuto l’attacco, cioè verso le case del reggiano. I tedeschi e successivamente i fascisti attaccarono tre case poste nella parte modenese, cioè alle loro spalle. Questo mi da adito a pensare che l’obiettivo del comando tedesco  poteva essere proprio la base partigiana.
    Per fortuna Alfredo era fuori casa ed i partigiani e tutti gli uomini  che ancora erano in zona avevano fatto in tempo ad allontanarsi. Rimanevano solo donne e bambini che se la cavarono con grandissimo spavento, allineati contro un muro e sotto la minaccia delle armi.
    Dal caseificio furono portate via tutte le forme di formaggio, i maiali, abiti a suppellettili e tutti i prodotti alimentari, comprese le galline. La stessa sorte subirono le case contigue di Pignatti e di Martinelli ai quali rubarono le vacche e tutte le cose di un certo valore. La razzia durò due giorni e terminò con l’incendio delle tre case. In quella occasione si distinse la figlia del padrone del podere sul quale lavorava la famiglia Gozzi, a poche centinaia di metri dal caseificio. Era fidanzata di un fascista di Correggio, e selezionava le cose di maggior pregio da rubare.
    A guerra finita fu presa dai partigiani, le furono rasati i capelli e fu consegnata a Mammanina per un periodo di rieducazione.
    Va ricordato soprattutto l’altruismo ed il coraggio di quasi tutte le donne del  vicinato che, mentre imperversava la razzia, si prodigarono per salvare il salvabile e riconsegnarlo ai legittimi proprietari. Infine merita di essere ricordato un soldato tedesco che, dileggiato dai suoi, aiutava le nostre donne a salvare le cose più pesanti.
    Il cippo che ricorda il sacrificio del giovane Campedelli si trova ancora sulla strada per Correggio poco dopo il ponte che separa i due comuni.
   Io sono lontano da Carpi ormai da molti anni e potrei non essere molto informato, ma temo che quell’evento sia stato quasi dimenticato. Spero che queste poche righe possano sollecitare qualche partigiano ancora vivente o qualche suo famigliare a completare il quadro di quei tragici eventi.

    Leone Sacchi                                     Bologna 22-1-2012

RICORDI DELLA MIA VITA CENTENARIA


   Il primo ricordo è quello di una carriola capovolta. Mi divertivo a far girare la ruota avanti ed indietro. Un altro gioco era costituito da un cerchio di legno che con una asticella facevo correre lungo la strada. A quei tempi si poteva perché non c’erano pericoli: non c’erano neppure le biciclette. Figuriamoci le macchine.
   Un altro ricordo, per me pieno di gioia è legato alla fine della guerra 15-18. Forse un reggimento di soldati si era accampato vicino al caseificio ed io ricordo che all’ora del rancio mi facevo trovare in mezzo ai soldati per poter immergere il cucchiaio in qualche gavetta. Ricordo che questo mi dava una grande soddisfazione, forse soltanto per il fatto di sentirmi ben accolto e persino coccolato. Del resto a quei tempi non c’erano né asili, né scuole materne e quindi la mia vita, come quella dei miei coetanei, si svolgeva tutta per strada, a contatto con degli estranei. In prima elementare, a sei anni, non sapevamo neppure tenere in mano la matita. La maestra ce la metteva fra le dita e poi ci faceva fare le aste e  ci insegnava a contare sulle dita della mano. Quando poi si incominciava ad usare la penna e l’inchiostro era un disastro di scarabocchi e di macchie sul quaderno. Ricordo ancora la mortificazione di uno schiaffo che la maestra Nicolini mi diede per una goccia di inchiostro che mi era caduta sul quaderno. Gli anni a scuola trascorrevano lentamente e con poche soddisfazioni. In campagna i bambini parlavamo il dialetto e non sapevano l’italiano. Anch’io ho avuto le mie difficoltà e sono stato bocciato in terza elementare. Purtroppo ognuno doveva rimanere nella propria situazione sociale e la scuola non aiutava certo i figli delle classi subalterne ad emergere e risalire la scala sociale. I miei studi sono terminati con la sesta classe alle serali. Allora a Carpi si poteva fare fino alla settima, che forse corrispondeva a quelle che poi sono diventate le scuole medie.
   A sei anni avevo iniziato a studiare musica con ottimi risultati e con grandi soddisfazioni e così a 15 anni con la mia orchestrina ho cominciato a suonare nelle sale da ballo. Questi sono stati gli anni della mia spensierata gioventù. Nel 1935 a 22 anni mi sono sposato a Migliarina con la donna della mia vita, la mia Maria, con la quale vivo tuttora. A Migliarina è nato anche il nostro primogenito Corrado al quale avremmo voluto imporre un nome straniero, William. Ma già non si poteva perché la dittatura fascista aveva vietato l’uso di nomi stranieri e succedeva anche di peggio con i licenziamenti per chi non prendeva la tessera del fascio o per la persecuzione e poi la deportazione degli ebrei. E poi il fascismo ci trascinò in guerra.
   Da Migliarina ci dovemmo trasferire a Cibeno nel caseificio Crotti, per sostituire mio fratello Duilio, richiamato al fronte. E lì nel 1942 è nata la nostra seconda figlia Emilia. A Luglio del 1943 ho aderito alla lotta partigiana come responsabile dell’assistenza alle famiglie bisognose, che avevano dei familiari  in clandestinità. Il 16 gennaio del 1945 la brigata nera in assetto di guerra arrivò al caseificio per arrestarmi. La sera precedente era stato arrestato il responsabile della sussistenza di Carpi con un  carriolino pieno di carne. Sottoposto a tortura aveva rivelato la provenienza della carne e fatto il mio nome. Io per fortuna ero fuori casa e mi sono dato alla latitanza. In quella circostanza mi fu affidato l’incarico di costituire il Comitato di Liberazione  nella zona di Cibeno, San Marino e parte di Budrione. Nel Comitato erano rappresentati tutti i partiti antifascisti ed io ne fui nominato presidente, incarico che mantenni fino alla Liberazione.
   Con quel ruolo favorii anche la nascita della Casearia, un consorzio al quale aderirono subito dieci caseifici con un bilancio unificato, allo scopo di proteggere i contadini che conferivano il loro latte nei caseifici più esposti alle razzie di tedeschi e fascisti. Era come una assicurazione che unificando le perdite garantiva a tutti un minimo vitale per sopravvivere. A guerra finita furono costituite anche altre casearie nei comuni di Soliera e di Novi. Poi finita l’emergenza ogni caseificio riacquistò la sua autonomia.
   I rischi corsi sono stati tanti, ma sono orgoglioso di aver dato il mio modesto contributo, come tanti altri alla liberazione del nostro paese dall’occupante straniero e dalla dittatura fascista, insieme a mia moglie che era responsabile del Gruppo Difesa della Donna. Per i meriti acquisiti io fui poi nominato consigliere nel Consiglio Comunale della Liberazione di Carpi.
        A guerra terminata, rientrato Duilio dall’Africa, io mi sono trasferito al caseificio Tresinaro con la famiglia. Mia moglie non avrebbe voluto ed ha cercato di persuadermi a rimanere a Carpi. Lei voleva andare a lavorare in fabbrica, ed anch’io avrei potuto trovare un altro lavoro, ma io ero nato casaro e mi sembrava di non poter vivere senza quel lavoro.
    Andammo quindi a vivere, come dipendenti di una piccola cooperativa, in quel caseificio che mio fratello aveva gestito privatamente per conto di tutti i fratelli Sacchi, fino al Novembre 1944, quando fascisti e tedeschi ci portarono via tutto, distruggendo col fuoco quello che non erano riusciti a rubare. La casa, una vecchia catapecchia, che esteriormente ricordava la foto della casa di Garibaldi, senza luce, senza acqua e con un cesso all’esterno, era addossata alla casa di un contadino che si divertiva a farci ogni sorta di angherie. Per arrivare in città bisognava percorrere in bicicletta, estate ed inverno, con qualsiasi tempo, cinque chilometri di strada bianca sempre piena di buchi e di sassi. Ricostruendo un po’ alla volta gli edifici lesionati e migliorando, per quanto possibile la nostra condizione abitativa, siamo rimasti lì per 16 anni.
   Dopo due brevi periodi di lavoro come casaro in un caseificio alle porte di Carpi e poi a Gaggio di Modena, ho abbandonato la vita di casaro e mi sono trasferito a Bologna dove vivo tuttora con mia moglie Maria, vicino ai miei figli, ai nipoti ed ai pronipoti.
    Ho svolto anche attività politica nel Partito Comunista e poi mi sono dedicato alla scrittura. Ho scritto la storia della mia vita, Ricordare per Vivere, pubblicata nei Quaderni Modenesi e conservata negli Archivi di Santo Stefano ad Arezzo. E poi centinaia di articoli e brevi racconti, pubblicati da varie riviste e giornali. In particolare mi preme ricordare con orgoglio le pubblicazioni del giornale Ritrovarci al Benassi dell’omonimo circolo e due volumi della collana del dott. Dante Colli, dedicati alla storia di Carpi. Immodestamente penso che mettendo assieme tutti i miei scritti si potrebbe ricostruire un pezzo di storia d’Italia degli ultimi cento anni. Per questa mia attività ho avuto la soddisfazione di intrattenere, per qualche tempo, anche un rapporto epistolare con il Prof. Romano Prodi, che, sebbene impegnato come Presidente del Consiglio ha sempre voluto rispondere di persona ai miei scritti.
   Voglio fare un elogio particolare ed un ringraziamento pubblico a mia moglie, che, malgrado le difficoltà, mi è stata sempre vicina e mi ha sostenuto in ogni momento.
   Termino riaffermando che la vita è un dono meraviglioso. Sono contento di averla vissuta con gioia ed entusiasmo e spero di poter continuare a gioirne ancora per qualche tempo.
         Leone Sacchi           
                                                            Bologna 24/09/2012